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Il penultimo urrah di Brett Favre

Ora di ritirarsi, forse. Ma più per preservare la memoria di anni splendidi che per un declino completo. Si parla qui di Brett Favre, 37 anni, quarterback dei Green Bay Packers dal 1992, quando cedendolo per una prima scelta gli Atlanta Falcons ritennero di poter fare a meno di un ragazzo del Sud che nel Sud avrebbe volentieri continuato a giocare.

Ora, giusto dieci anni fa Favre portava i Packers alla vittoria nel Super Bowl, con il trionfo 35-21 sui New England Patriots (Mvp fu però Desmond Howard, che in un momento cruciale riportò in touchdown un kick-off). Non si è più ripetuto, ed anzi negli ultimi anni Green Bay ha preso la via di un declino costante: probabilmente anche stavolta, come nel 2005, i Packers termineranno con più sconfitte che vittorie, ed in generale l’idea è che la franchigia abbia di fronte a se un lungo cammino per tornare ai vertici.

In tutto questo, che fa Favre? Va avanti. Il problema è che a volte è parso che lo facesse a dispetto della propria forma e di se, insomma che avesse preso la pericolosissima china di chi per amore dello sport o di se stesso rifiuta di accorgersi che il suo momento è ormai passato.

Da due estati ci si chiede se si ritirerà, e se lo chiede pure lui, poi prevale la passione, che peraltro trova durissimo ostacolo in partite nelle quali si fa presto a capire che i bei tempi sono andati e che al massimo si lotta per chiudere con il 50% di vittorie, altro che playoff e Super Bowl.

Ma in certi momenti l’entusiasmo di Favre, un vero guerriero come pochi altri Qb della NFL, è così alto che viene l’idea che non si ritirerà mai, almeno non finché qualcuno non lo porterà di peso fuori dal campo. Domenica ci è capitato di vedere 49ers-Packers (risultato 19-30), e ancora una volta le prospettive si sono fatte confuse, sulla necessità di un ritiro o meno di Favre (e peraltro sono fattacci suoi). Favre ha infatti giocato una partita impeccabile, approfittando in maniera spietata e grandiosa degli errori difensivi di San Francisco e sparando alcuni di quei lanci che lo hanno reso indimenticabile.

Nel primo quarto, su un secondo tentativo e sette dalle 36 di SF, l’intera linea di attacco ed i due running back lo hanno assecondato in una splendida finta di corsa a destra, Favre è uscito in roll-out (girando in pratica sul piede perno ed invertendo la direzione originaria) verso sinistra e con perfetta coordinazione ha trovato tutto solo Rovell Martin – i 49ers avevano bevuto la finta – che ha raccolto ed è andato dentro per un TD da 36 yards. Più avanti, ha sbagliato un paio di passaggi corti obiettivamente facili, ed in una occasione, con palla sulla 1 yard e sempre in roll-out (ma verso destra) dopo una finta di corsa centrale, non se l’è sentita di buttarsi dentro ma ha atteso per un passaggio ad Ahman Green finito però incompleto: facile pensare che il Favre nel pieno delle sue forze sarebbe andato dentro come un missile, rischiando l’incolumità come ha spesso fatto, per l’ammirazione di chi lo ha sempre ritenuto – sapete, il mondo del football ha una mentalità macho che non si schioda da certi stereotipi – più un vero giocatore di football che un Qb, ovvero uno che si butta, non si tira indietro, accetta il contatto fisico e quando c’è anche da fare un blocco lo fa senza assomigliare ad uno che sia capitato in campo per caso.

Però pochi minuti dopo questa esibizione di incertezza ha richiamato le vecchie doti: su un secondo tentativo e dieci dalle 32 difensive Donald Driver, che era partito da destra convergendo al centro (non vi tediamo con i nomi delle traiettorie…) ha improvvisato, tagliando poi all’esterno perché si era accorto che là sarebbe nata un’opportunità, e Favre lo ha trovato con un lancio perfetto, raccolto e portato in end zone. Touchdown. Per festeggiare, poi, Brett s’è fatto al galoppo 70 yards con una rapidità ed un’energia che hanno rivalutato l’idea che la sua mente, prima ancora che il suo fisico (una corsa di 50 yards la può fare chiunque, anche a 40 anni… il problema è come recupera), sia ancora in grado di tirare avanti, come si diceva.

Ci rincresce quasi aggiungere statistiche, che come certi dati ‘curiosi’ vengono spesso usate dai poveri di argomenti per decorare articoli altrimenti poco sapidi, ma ecco: è a 4899 yards dal record assoluto di Dan Marino di yards lanciate (61.361), a sette touchdown lanciati dal record, sempre di Marino (420), a cinque vittorie come Qb titolare dal primato di John Elway (148), a 36 da quello per partenze da titolare consecutive (233). E’, ahilui, anche terzo nella storia NFL per intercetti subiti, 267, a sole dieci di distanza dal primatista George Blanda (uno che tra AFL ed NFL ha giocato 26 anni…) e a -1 da John Hadl, questo perché il suo stile di gioco rischioso lo ha portato spessissimo ad andare sopra le righe con lanci a giocatori in doppia copertura difensiva o confidando semplicemente che il suo braccio potesse fare qualunque cosa.

E’ ancora convinto che sia così, nonostante i mille acciacchi, il peso di lanciare per anni nel freddo ed al vento di Green Bay (il che rende ancora più impressionanti certe sue imprese), l’altalenante valore complessivo dei compagni di squadra e delle linee d’attacco che ha avuto e la voglia di godersi la vita andando a caccia e pesca nel suo ruvidissimo Mississippi, dove lo scorso anno ha però perduto la casa di famiglia a causa dell’uragano Katrina e dove è tornato, anche per pochi giorni, ogni volta che doveva smaltire una delle tante brutte notizie che ha ricevuto: la morte del simpaticissimo padre Irvin, che aveva ribattezzato con il proprio nome la via in cui abitava ”perché tanto qui c’è solo la mia casa”, per attacco cardiaco, quella del cognato capottatosi con una moto a quattro ruote proprio nel ranch di Brett, la malattia della moglie Deanna e della madre Bonita.

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