Care vittorie
06/05/2010
Duccio Fumero
sport/rugby-hour
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Il rugby è professionistico da poco più di un decennio. Ma la crisi economica sta mostrando tutte le falle di un sistema già traballante.
Fin oltre la metà degli anni ’90 il rugby, a livello globale, era uno sport dilettantistico puro. Certo, c’erano gli escamotage per portarsi a casa qualche campione (Campese a Milano, gratis, non l’avremmo mai visto). Ma il sistema era quello, con tutti i suoi limiti, ma senza gli eccessi. Oggi, invece, l’iperprofessionismo dilagante sta scontrandosi con la crisi economica che dall’11 settembre ha avvolto tutto il mondo occidentale, e le conseguenze sono ogni giorno più pericolose. Da un punto di vista sportivo, ma anche societario.
IL FILO DEL RASOIO
Tre esempi esplicativi dell’attuale situazione rugbistica vengono da Italia, Francia e Inghilterra: tre delle regine del Sei Nazioni, tre realtà che ben rappresentano l’intero panorama dell’elite mondiale della palla ovale. Partiamo da casa nostra. Dopo il periodo d’oro degli anni ’90, dominati dal Milan berlusconiano e dall’Italia di Grenoble, con il nuovo secolo arrivò anche il Super 10. Un tentativo di stare al passo con i tempi, di dotare il nostro Paese di un campionato professionistico alla pari delle altre nazioni europee. Purtroppo, però, in Italia vi è sempre stato un semiprofessionismo, ovvero un dilettantismo pagato, dovuto allo scarso appeal ovale (al di fuori della nazionale) e del conseguente limitato giro economico che vi ruotava intorno. Un gap economico che, però, non ha fermato alcuni team dal dotarsi di strutture professionistiche (seppur mal gestite), di investire ingenti capitali nella palla ovale e di indebitarsi. Con l’esplosione della bolla economica, i nodi sono venuti al pettine. Gli sponsor in crisi si sono ritirati, alcuni club (Capitolina e Calvisano) si sono resi conto che il gioco non valeva la candela e hanno alzato bandiera bianca. Altri, invece, sono andati in crisi più lentamente, quasi di nascosto, ma oggi sono tanti i club -di Super 10 e Serie A- che non riescono a onorare gli impegni presi, che non pagano gli stipendi ai giocatori e che vivacchiano.
Passando alla Francia, invece, il divario tra l’apparenza e la realtà è ancora più crudo, seppur meno evidente. Il forte interesse mediatico, il lavoro di merchandising di alcune società, l’intervento di presidenti mecenati ha portato un ricchissimo giro di denari nel Top 14, con un progressivo innalzamento della qualità del gioco. Poco alla volta, i migliori giocatori mondiali hanno trovato proprio in Francia la meta preferita, e anno dopo anno il campionato transalpino si è trasformato nel più ricco e qualitativamente elevato d’Europa. Casi estremi sono quelli di Tolone, club multietnico e multimiliardario che ogni stagione rinforza la squadra con spese folli, o dello Stade Français, che ha unito intenti sportivi a lavori di marketing fenomenali. Risultato: la Francia è arrivata a conquistare quest’anno i due posti in finale di Heineken Cup, un posto in Challenge Cup e a dominare l’ultimo Sei Nazioni. Con un risvolto però pericoloso: quasi ogni anno un club di Top 14 fallisce. Perché ha speso troppo per restare a galla, e finita la liquidità è tempo di sbaraccare.
TETTO O NON TETTO
Arrivamo così all’Inghilterra, cioè la nazione che negli ultimi undici anni ha forse meglio saputo gestire l’avvento del professionismo. Una nazionale che, tra alti e bassi, è comunque stata campione del mondo nel 2003 e vicecampione nel 2007, con club vincenti in Europa, dal fascino e dall’appeal unici. Il tutto con un salary cap a tenere sotto controllo i costi. Tetto salariale che ha evitato follie, ma che in passato non ha vietato alle formazioni britanniche di rafforzarsi e offrire ottimi spettacoli, sia in Patria che all’estero. Ma oggi le cose sembrano cambiate. L’avvento degli “speculatori ovali” in Francia ha infatti portato a un innalzamento innaturale delle pretese dei giocatori di rugby, ammaliati dalle sirene francesi, fatte di assegni a troppi zeri. Ed ecco che i migliori campioni inglesi (ma anche i più forti giocatori dell’Emisfero Sud) lasciano l’isola d’Albione e si trasferiscono lungo la calda costa mediterranea. Il risultato? Un pessimo Sei Nazioni, e soprattutto nessun team inglese in finale nelle due coppe europee. E i club, in particolare i Leicester Tigers, a lanciare l’allarme: con questo salary cap perderemo sempre. Alziamolo. Insomma, alla faccia della crisi: per vincere serve investire di più, e la Premier deve permettercelo. Una richiesta che è già stata bocciata dal governo del rugby inglese, ma che fa e farà discutere nelle prossime settimane.
FORZA O UGUAGLIANZA
Italia, Francia e Inghilterra. Tre realtà differenti, tre modi di vivere il rugby opposti, un unico problema: come far convivere la necessità di onorare gli impegni economici presi con la crisi economica, e come restare solidi economicamente, senza perdere in competitività sportiva? Alcuni Paesi -come la Francia- hanno un organo di controllo sui conti delle società sportive, ma si tratta di controlli “a posteriori” che non prevengono spese folli e fallimenti. In Italia, invece, non vi è nulla che impedisca alle società di non onorare gli impegni presi, né che ponga dei limiti in base alle reali capacità economiche dei club.
In Inghilterra, come detto, c’è il salary cap. Tre soluzioni differenti che portano, a livello europeo, a diseguaglianze. Servirebbe quindi una politica comune, un organo sovranazionale che tenga a freno le spese e certifichi preventivamente la reale capacità delle società di onorare gli impegni presi. I salary cap, necessari, devono valere per tutti, e non solo per alcuni club o alcuni tornei: gli inglesi da questo punto di vista hanno ragione. Ma non è alzando il tetto che si risolve il problema, anzi. In un periodo difficile come questo, deve esserci una politica d’austerity globale.
E per l’Italia? La soluzione ci sarebbe, bisogna capire se vi sia la volontà politica di portarla avanti. Per le due franchigie celtiche dovrebbe valere un salary cap in linea con le altre formazioni, e inserito in un contesto europeo. Per i club dei campionati italiani, invece, basterebbero le fidejussioni. Ovvero bisognerebbe fare in modo che al momento dell’iscrizione di una squadra a un campionato, la società garantisse un determinato budget con il quale si possano coprire gli stipendi e le spese dell’anno. Una sorta di budget “anticipato” con una fidejussione. Una garanzia per i giocatori e per la regolarità dei campionati. Una soluzione semplice. Forse troppo.
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