Quelli della Controriforma
15/04/2010
Duccio Fumero
sport/rugby-hour
Voti (24):
Doveva essere il Consiglio Federale più rivoluzionario della storia del rugby italiano. Ma l’assise parmense della FIR ha partorito un topolino. Geneticamente modificato.
X FACTOR
Come sarà il prossimo campionato d’Eccellenza italiano, ora che Treviso e Aironi (e con essi il professionismo ovale) approdano in Celtic League? Sulla carta –straccia- sarà un Super 12 diviso in due pool di sei squadre, con playoff per le sei migliori classificate e playout salvezza per le altre. Sulla carta, visto che Viadana si è già chiamata fuori e Treviso difficilmente varerà una squadra B per il campionato italiano. Super 10, quindi, proprio come quest’anno. Niente gironi, niente playoff allargati e playout, ma la stessa identica formula del passato. Che se ha fallito fino a oggi, come interesse mediatico e livello qualitativo, non si capisce come possa non fallire domani. Ah, beninteso: sempre ammesso che si arrivi ad avere dieci squadre d’eccellenza. Tra possibili fusioni (Gran Parma e Colorno, Rugby Parma e Noceto) e possibili fallimenti si rischia di avere un Super 8. No, non i vecchi film anni ’70, ma un film già visto. Noioso.
RETRO CESSI
Passiamo alla serie maggiore. A inizio stagione i club sapevano che dalla A (girone 1 e 2) sarebbero retrocesse in Serie B quattro squadre. Poi, cammin facendo, si è scoperto che no, non era più così. Avendo deciso per la riforma anche della serie minore (non più divisa per merito, ma territorialmente), vi sarebbero state solo due retrocessioni dalla Serie A2 alla B, mentre al Serie A1 restava immune. I club, però, si sono resi conto che territorializzare il torneo sarebbe servito poco alle loro finanze: i risparmi per gli spostamenti sono minimi, se non inesistenti. E hanno preteso si tornasse a una divisione meritocratica, fatto approvato nel consiglio federale. Il tutto a un mese dalla fine dei campionati. Il risultato? Si torna indietro anche sulle retrocessioni. Ma non più quattro in Serie B: quelle restano due e riguardano le ultime del girone 2. Piuttosto, vi saranno degli spareggi, a partita unica, tra le ultime della Serie A1 e la terza e quarta classificata della Serie A2. Chi vince sta/va in A1, chi perde retrocede/rimane in A2. Insomma, tra un tira e un molla, le regole cambiano ogni giorno, per poi concludersi rimanendo identiche al passato.
LIVELLATI
Il rugby italiano è stato spaccato in due. Da un lato, quello nobile: l’alto livello, la nazionale, le franchigie celtiche, le Accademie. Insomma, i gioiellini o presunti tali da indossare alle serate di gala. Dall’altra, l’infimo, il basso, insomma il livello base: i campionati nazionali, quelli juniores, il minirugby, la propaganda, il femminile. Insomma, la vera linfa del movimento, ma che è da tener ben nascosta nel cassetto. A guidare l’alto livello è stato messo Carlo Checchinato: ex grande (giocatore), consigliere federale dimissionario, direttore sportivo della nazionale maggiore dimissionario, Checchinato sarà l’anello mancante di congiunzione tra le varie realtà del rugby d’elite (Nazionale, Nazionale A, juniores, Celtic League e quant’altro). E’ il responsabile tecnico dell’alto livello, anche se non è mai stato un tecnico. Al basso invece troviamo Franco Ascione, diplomato Isef. Colui cui si devono tutte le proposte, le riforme e i fallimenti gestionali, tecnici e sportivi degli ultimi anni. Colui che ha messo da parte le poche menti pensanti della Federazione, quelle che avevano il difetto di avere un cervello e non dire sempre sì, colui che si è inventato l’abominevole Progetto Statura, grazie al quale abbiamo tanti energumeni nelle giovanili che però non sanno passare una palla a 5 centimetri di distanza. Una retrocessione, quindi, che però gli permetterà di perpetrare i danni proprio a quella base del movimento che ne è la linfa vitale. Un movimento che a livello di campionati e giovanili è allo sbando, messo in mano a chi allo sbando lo ha portato.
FIDUCIA SAL(T)ATA
Tra le varie ed eventuali del Consiglio Federale, poi, c’è la questione Sei Nazioni, Nazionale e Nick Mallett. Tre cucchiai di legno, tre ultime piazze, successi striminziti cui non servono neanche le dita di una mano: questo il biglietto da visita con cui si sono presentati il coach sudafricano, Carlo Orlandi e Alessandro Troncon. Giancarlo Dondi, deluso dai risultati e offeso dall’atteggiamento irriverente, presuntuoso e maleducato di Mallett dopo la sconfitta gallese, voleva dare il benservito allo staff tecnico. A fermarlo, però, due problemi. Uno di ordine politico, visto che Orlandi e soprattutto Troncon hanno potenti sponsor all’interno del consiglio e del movimento. Quindi i due sono -fino al mondiale- pressoché inamovibili (come i miglioramenti e i risultati da loro ottenuti). Il secondo problema è di ordine economico. Cacciare Mallett, infatti, significa pagare al sudafricano una ricchissima buonuscita da aggiungere allo stipendio di chi andrebbe a sostituirlo. E quest’ultimo chi potrebbe essere? Una soluzione italiana, magari con Andrea Cavinato, sarebbe economicamente valida, ma politicamente difficile da promuovere. Una soluzione estera, invece, significherebbe un secondo stipendio d’oro d’aggiungere a quello del fallimentare Mallett. Soluzione? Tenersi Mallett fino ai mondiali, e ripartire dopo l’ennesimo fallimento nel 2012. Morale della favola: chi ha confermato Mallett un anno fa (quando esperimenti assurdi e sconfitte in sequenza erano già una realtà conclamata) forse dovrebbe fare mea culpa. Ma solo forse, beninteso.






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