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Quando Crosby è pessimo

02/03/2010       Autore Glezos       rubriche/divi-vegeti     Voti (21):

Adolf Insam riassume pronostici azzeccati e sbagliati, gol, conferme e smentite dell’attesissimo torneo olimpico di hockey su ghiaccio a Vancouver 2010. Dalla panchina.


Quando Crosby è pessimo



Dopo la preview dell’attesissimo torneo di hockey a Vancouver, avevamo chiesto ad Adolf Insam una seconda puntata in vista di quarti, semifinali e finalissima. Il ritmo più che serrato del calendario ci ha fatto cambiare idea a metà strada: ecco quindi il recall finale in forma di intervista. Nella quale non mancano spunti e osservazioni nell’inimitabile vena dell’ex allenatore di Nazionale, Bolzano e Milano. 



Glezos: Come hai trovato il livello tecnico del torneo di Vancouver?

Adolf Insam: Eccezionale. Velocità, pattinata, gioco duro: un livello davvero altissimo, e non solo nella finale. E’ chiaro che le squadre con una minore cifra tecnica hanno dovuto giocare completamente in difesa per salvarsi, ma tutto sommato un po’ tutte sono riuscite a limitare i danni e a mantenere le partite abbastanza strette, anche contro avversari più forti. Questo forse ha reso qualche gara meno spettacolare, ma è logico che questo accada: non sempre hai sul ghiaccio due squadre che si possono permettere di giocare aperto.

G: Crosby ha avuto tutti i titoloni per il gol che ha deciso la finale tra Canada e USA. Se dovessi scegliere un nome su tutti, chi indicheresti?

AI: Direi Steve Yzerman e Mike Babcock, rispettivamente general manager e coach canadesi: i personaggi per eccellenza di Vancouver 2010 sono loro due. Crosby ha il merito di avere segnato il gol decisivo, pur avendo disputato una pessima finale. A lui è successo quello che di solito accade alle superstars in queste occasioni: ha avuto il colpo d’oro in un torneo per lui poco più che medio. Per il Canada la differenza l’hanno fatta i giocatori della terza e quarta linea, ad esempio giovani difensori come Doughty, Weber o lo stesso portiere Roberto Luongo (che inizialmente non doveva nemmeno giocare), oppure la linea di Marleau, Toews, Richards e Getzlaf. Questi sono stati i giocatori decisivi, non Crosby o la linea di San Jose col duo Thornton-Heatley di cui avevo parlato nell’articolo d’introduzione di due settimane fa sulla Settimana Sportiva. Quindi darei grande merito a chi ha messo insieme una squadra equilibrata, con pochissimi giorni a disposizione. Lo stesso Ovechkin è riuscito a fare poco proprio per questo: non è che basti mettere insieme lui, Malkin, Kovalchuk e le altre star della Russia e fare ‘click’ per vedere accendersi la luce. Sia Ovechkin che Crosby hanno potuto fare poco, perché da un giorno all’altro non puoi cambiare partner. Mentre Crosby ha avuto la fortuna di trovarsi in una squadra con terze e quarte linee che hanno funzionato, Ovechkin non aveva al suo fianco Nicklas Backstrom, che gioca a Washington e che lui conosce a memoria. Ma nella Russia lo svedese non c’era, e al suo posto c’era un centro con il quale il numero 8 non aveva mai giocato.

G: Un assemblaggio felice è stato quello degli USA.

AI: Anche per loro vale lo stesso discorso. Gli americani sono stati bravissimi: tutti criticavano l’inclusione del vecchio Drury e altre scelte: beh, hai visto dove sono arrivati? E’ sempre la squadra a vincere e non la star, anzi: da allenatore, la vedo completamente all’opposto. Anche qui la robustezza e l’equilibrio dato dalle terze-quarte linee è stato fondamentale, con l’inclusione di qualche star (Parise, Langenbrunner,  Miller) a fianco di quei role players che accettano il loro ruolo, mettendosi a disposizione del coach. Ed è qui che bisogna apprezzare l’umiltà di Crosby, che nel Canada ha fatto quello che gli si chiedeva: giocare per la squadra e fare le cose che si devono fare per vincere. Quindi tanto di cappello allo staff tecnico.

G: Qual è stata la squadra-delusione?

AI: Ovviamente la Russia, ma non solo lei. Ad esempio mi ha deluso la Svezia, anche se a quattro anni dalla medaglia d’oro di Torino è inevitabile che l’età di alcuni elementi chiave della rosa non sia più verde. Ma sai, in un torneo a partita secca le cose si complicano anche per i favoriti: magari sullo 0 a 0 alla fine trovi un gol, e in fin dei conti chi vince ha sempre ragione. Comunque, i russi sono quelli che hanno deluso di più, nonostante tutti i grandi nomi. Non sono riusciti a fare squadra, e il loro difetto resta sempre il solito: talenti incredibili a livello individuale, ma tutto troppo sbilanciato in avanti. Il che alle Olimpiadi è un grave handicap, dato che dai quarti in poi si decide tutto in una partita.

G: A proposito di questo, non credi che l’inevitabile ‘dentro o fuori’ olimpico a causa dei tempi strettissimi del torneo tradisca la logica dell’hockey che conta? Nei playoff, al meglio delle 7 partite vince sempre la squadra più forte, ma in partita secca può accadere il contrario.

AI: Persino nei playoff al meglio di 3 partite -come facciamo a volte in Italia- può vincere la squadra che merita meno e che ha più fondoschiena. Ma a 7 partite vince sempre la squadra migliore, e su questo non ci piove. La partita secca può dipendere da tanti episodi. Due esempi lampanti sono stati Finlandia-USA e Canada-Russia, con finlandesi e russi travolti nel primo tempo senza quasi nemmeno accorgersene: prima un errore del portiere, poi un liscio del difensore, poi un tiro rimpallato, e sei sotto di 4 o 5 gol con la partita finita dopo un quarto d’ora. Ma è anche vero che nonostante il caso, se non riesci a risollevarti dopo i primi minuti vuole pur sempre dire che non sai reagire a un gol subito, e quindi c’è qualcosa che non va nella squadra: tu perdi la tramontana, l’avversario se ne accorge e ti bastona ancora e ancora. Detto questo, è strano vedere una Russia o una Finlandia sotto di 4 o 5 gol dopo poco più di 10 minuti del primo tempo.

G: Che strascichi lascia Vancouver in ottica NHL? I Washington Capitals saranno ancora più feroci, dopo le delusioni rimediate alle Olimpiadi da Ovechkin e dalle altre loro stars europee?

AI: Nessuno strascico. Tutta la NHL esce da Vancouver molto forte: la lega è nordamericana, e in finale ci sono arrivate le due squadre nordamericane. Che poi la NHL si accaparri anche tutti i migliori talenti europei è un altro discorso. Da Vancouver l’immagine dell’hockey ne esce alla stragrande: è stato un bellissimo intermezzo finito benissimo, e ora si torna al “business as usual” con i playoff della NHL. In un momento storico in cui l’hockey nordamericano ha saputo vendersi in modo eccezionale, vedi l’incremento esponenziale degli introiti annuali della lega.

G: La partita che ti è piaciuta di più?

AI: La finale, anche perché l’altra partita clou -quella sempre tra Canada e USA, vinta dagli americani nella prima fase- è stata una gara un po’ strana, con rimpalli e casualità varie. La finale invece è stata davvero una grande partita, perché si è visto equilibrio, durezza e anche un arbitraggio eccellente: dopo un paio di falli fischiati all’inizio, gli arbitri hanno lasciato giocare. Questo perché anche loro vedevano che sul ghiaccio c’era una grande voglia di vincere, ma senza staccare la testa all’avversario. E’ stata bella anche la semifinale tra Canada e Slovacchia, ma più per il fatto che c’è stato del pathos nel finale, dato che i canadesi erano stati avanti per tutta la partita.

G: Qual è stata la squadra sorpresa?

AI: La Slovacchia e la Svizzera, che avevo indicato nel pronostico sulla Settimana Sportiva. Gli svizzeri mi hanno impressionato: sono riusciti ad arrivare ottavi,  hanno perso con gli USA con il minimo scarto e con il Canada hanno praticamente pareggiato, perdendo solo agli shootouts. Considerando che non si può paragonare l’hockey svizzero a quello russo o svedese, la Svizzera è una squadra da tenere d’occhio anche per il futuro: ha costruito in anni e anni una rosa di tutto rispetto, dove ogni giocatore fa quello che gli si chiede. In piccolo, ha applicato la filosofia propria del Canada, e se la sono giocata con tutti. Ed è mancato davvero pochissimo per compiere la grande impresa. Per la Slovacchia è un discorso diverso: ha una decina di grandissimi giocatori, tutte stars della NHL, che sono riusciti a fare gruppo più degli altri. La differenza è quando a qualche secondo dalla fine tiri in porta e prendi il palo, e alla Slovacchia è capitato: la formula del torneo olimpico è micidiale, come hai sottolineato tu.

G: C’è un giocatore che ti ha impressionato, tra quelli meno annunciati alla vigilia?

AI: Nella rosa del Team Canada non avevo capito la convocazione di Morrow dei Dallas Stars, che invece è stato davvero bravissimo: nelle telecronache della NHL che faccio per Sky non mi aveva mai detto niente come giocatore. Ma a Vancouver mi ha smentito clamorosamente: ha interpretato il ruolo di attaccante in modo eccezionale, caricando tutto quello che si muoveva e facendo anche gol. E alla fine lo hanno fatto giocare tantissimo, più di Crosby in alcune partite, e questo è un altro merito dello staff tecnico canadese: loro sanno tutto di tutti i loro giocatori, sanno come sono come persone, e sanno perché scelgono gli elementi che scelgono. Cioè grandi giocatori che sono prima di tutto grandi persone, che per vincere fanno di tutto per la squadra. Ecco perché alla fine convocazioni all’inizio considerate ridicole come quelle di vecchie glorie come Drury o di giovani rivelatisi fortissimi come  Toews o Doughty pagano, eccome. Volevano vincere, e l’hanno fatto.

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