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Arrivederci Roma

20/07/2010       Autore Marco Barzizza       rubriche/divi-vegeti     Voti (31):

Faccia a faccia con Andrea Bargnani. Sempre più stella in quel di Toronto, il Mago ci racconta un po’ di tutto. Persino di un ritorno nella Città Eterna.


Arrivederci Roma

Continuano le interviste di Settimana Sportiva con i campioni del basket tricolore. O meglio, vista l’occasone, triocolore. Dopo Danilo Gallinari, già ospite della nostra homepage, la primavera alle porte ha come personaggio-simbolo Andrea Bargnani, stellina ormai affermata dei Toronto Raptors. Una carriera inizialmente difficile quella del ‘Mago’, come Ricky Pittis lo soprannominò per la musicalità del cognome, a suo dire assimilabile a quella di un prestigiatore. Nato a Roma il 26 ottobre 1985, dopo l’Azzurra Roma (dove è cresciuto con Roberto Castellano, che insisteva nel farlo tirare da tre e nel cercare di renderlo più agile) l’approdo nel 2003 alla Benetton Treviso, primo vero traguardo. Tre anni, e arriva lo scudetto. Poi in estate il draft NBA, con la successiva chiamata come prima scelta assoluta. Oggi, nell’anno di grazia 2010, troviamo un Bargnani cresciuto tecnicamente, diventato il secondo migliore realizzatore dei ‘suoi’ Toronto Raptors.


Marco Barzizza: Come prosegue l'avventura a Toronto, ora che sei diventato una stella della squadra?

Andrea Bargnani: La squadra quest’anno sta andando bene. Certo, ultimamente abbiamo perso 4 partite di fila, quindi non siamo sicuramente in un grande momento. A parte questo, non ci lamentiamo: siamo ancora quinti in classifica ad Est, quindi in linea di massima sta andando bene. Mancano ancora una ventina di partite prima dell’inizio dei playoffs, ed è il momento di concretizzare qualcosa. Siamo a 3-4 sconfitte dall’essere tagliati fuori, visto che la classifica è molto corta. L’obiettivo è restare nelle prime 8.

M.B.: Come vedi Marco Belinelli, che sta vivendo un anno sicuramente migliore rispetto a quello passato?

A.B.: Marco va molto meglio rispetto all’anno scorso, perché finalmente ha trovato un ruolo. Prima non capiva se la partita l’avrebbe giocata o no, mentre ora ha un ruolo ben preciso. Entra in campo in quasi tutte le partite, e ha sempre la possibilità di dare qualcosa alla squadra.

M.B.: Come vive la partita il pubblico di Toronto? C'è un coro particolare che ti dedicano i tifosi?

A.B.: Qui non si usano cori, che non fanno parte del modo di tifare. La gente grida e applaude, ma non ci sono cori nè tifo organizzato.

M.B.: Con la possibile partenza di Bosh, Toronto potrebbe buttarsi su qualche altro big. Oppure ci sarebbe la tua consacrazione, visto che hai dimostrato ampiamente di meritartela…

A.B.: Mah, non lo so. La cosa che mi preme di più è essere in una squadra competitiva, con cui si possa vincere. Io il contratto l’ho firmato per 5 anni, quindi essere o no la stella della squadra mi importa fino a un certo punto. Nella situazione di quest’anno mi trovo molto bene, ma è necessario che la squadra resti competitiva. Essere la prima o seconda opzione offensiva cambia poco, tanto prendi sempre 20 tiri a partita. In ogni modo, penso che se Bosh andrà via arriverà un giocatore altrettanto forte.

M.B.: Com'è stato affrontare Danilo Gallinari?

A.B.: Una bellissima esperienza. L’avevo già affrontato l’anno scorso, anche se lui non era al meglio. Ma giocare quest’anno al Madison Square Garden è stato molto emozionante: eravamo sotto gli occhi di tutti gli italiani, non s’erano mai visti così tanti giornalisti tricolori. Sembrava una partita di calcio, per l’attenzione che ha suscitato. Ho avuto una bella sensazione, anche pensando ai tifosi italiani e agli appassionati di basket in generale.

M.B.: Ho parlato con Danilo un mese fa, poco prima che per lui arrivasse la convocazione nella partita dei Sophomore. L'anno prossimo vi ritroviamo entrambi nella partita delle stelle, quella della domenica sera?

A.B.: Sarebbe una bella favola, però è ancora lontana: meglio concentrarsi sul presente, cercando di migliorare sempre. L’All Star Game non è una cosa facile: una volta che ci arrivi è fatta, non c’è niente di meglio.

M.B.: Tu però qualche soddisfazione te la stai togliendo lo stesso…..

A.B.: Certo. Sono contentissimo di come stanno andando le cose, però uno lavora per arrivare al massimo. E l’All Star Game è il massimo per un giocatore di basket.

M.B.: In campo, qual'è il giocatore avversario che ti ha più impressionato? Chi è il più cattivo?

A.B.: Kobe Bryant e Lebron James sono senza dubbio di un altro livello. Giocando guardia poi risultano immarcabili, soprattutto James. Nel mio ruolo direi Tim Duncan, un giocatore da cui c’è da imparare molto. Lui gioca molto spalle a canestro: posso imparare più da lui che da uno come Nowitzki che, seppure fortissimo, mi assomiglia maggiormente come stile di gioco. Il più cattivo è senza dubbio Reggie Evans. Adesso che l’abbiamo comprato, ci siamo tolti il problema.

M.B.: Se dovessi fare il nome di una persona che ti è stata vicino da quando sei arrivato in Canada, chi indicheresti?

A.B.: Maurizio Gherardini (vice-presidente dei Raptors ed ex Team Manager della Benetton Treviso, ndr), perché è stato con me dai tempi della Benetton per poi seguirmi a Toronto, ed è stato una guida. Sono 7 anni che ci conosciamo, e ormai è un amico.

M.B.: Con gli impegni che hai, riesci ad avere un po’ di vita sociale?

A.B.: Durante la stagione ci riesco pochissimo. Le uniche persone che frequento sono i miei compagni di squadra, e facendo questo tipo di vita è dura pensare ad altro.

M.B.: Ti manca l'Italia, o ormai sei bene radicato nella vita canadese?

A.B.: Ovviamente l’Italia mi manca. Però in Canada sto davvero bene: Toronto mi piace molto come città e come tipo di vita. Qui non sto affatto male, nel senso che non sono sicuramente quello che aspetta di tornare a casa perché non ne può più, anzi: anche nelle vacanze estive, non mi dispiace se capita di rimanere qui qualche giorno in più. Avendo poi tutti amici che sono giocatori di basket -dalla C2 in su- è difficile vedersi perché siamo tutti troppo impegnati. Capita di sentirci su Skype: è quello il nostro principale mezzo di comunicazione.

M.B.: Tema nazionale: con te, Marco e Danilo possiamo sperare in qualcosa di buono per il futuro degli azzurri o dobbiamo continuare a soffrire come nelle ultime occasioni, col rischio di restare a casa dalle competizioni più importanti? Qual è il problema che attanaglia il movimento cestistico italiano, che non riesce più a farsi valere in campo internazionale?

A.B.: Io, Marco e Danilo non abbiamo ancora giocato insieme in nazionale: aspettiamo che accada, perché si possa poi dare un giudizio. Il problema del campionato italiano è la perdita di appeal, e penso che questo dipenda esclusivamente dai soldi. Parte tutto dai budget delle squadre: se non ci sono quelli non ci sono le stelle, quindi anche il pubblico partecipa sempre meno: è un circolo vizioso.

M.B.: Che idea hai di Pianigiani? Ti ha già chiamato? Pensi vada bene nonostante il doppio ruolo?

A.B.: Personalmente non lo conosco, se non di fama. Non l’ho ancora sentito, ma il suo nome credo parli da sé: con tutto quello che ha vinto -nonostante abbia una squadra fortissima- ci ha messo del suo, quindi potrebbe essere l’uomo giusto per la Nazionale. Per quanto riguarda il doppio ruolo, credo non pregiudichi nulla. Anzi, la trovo una cosa positiva.

M.B.: La prossima estate si rischia un mercato a cielo aperto per l'NBA, con stelle e stelline che cambieranno squadra. Hai già il sentore di chi si muoverà, e per andare dove? Andrea Bargnani cosa farà? 

A.B.: Penso che chi si muoverà vorrà andare in una squadra vincente, in una città che gli piace in modo particolare. Principalmente un giocatore sceglierebbe quasi sempre New York, perché dal punto di vista mediatico è quella che ti può dare più soldi e più fama, più sponsor e più attenzioni da parte dei giornalisti. Quindi, se puoi scegliere vai a New York, perchè per me le altre città sono più o meno uguali tra loro. I Knicks fanno parte di quelle squadre di prima fascia -con Chicago, Philadelphia e Los Angeles- dove gli sponsor pagano di più, quindi tendenzialmente sono le più ambite. Personalmente, in futuro vorrei stare come sto adesso, pensando solo a giocare a basket e divertirmi, meglio se in una franchigia competitiva.

M.B.: Il tuo modo di giocare è cambiato con gli anni. Ti è sempre piaciuto giocare sul perimetro e tirare da 3, ma l'NBA e la massa muscolare aumentata ti hanno portato a migliorare anche le tue prestazioni sotto canestro. E’ così, o sbaglio?

A.B.: Il mio gioco cambia sempre, ed è utile cercare sempre di migliorarsi. Durante l’estate si lavora proprio su questo. Per me imparare a giocare spalle a canestro è stata una cosa vitale, perché altrimenti non sarei riuscito a fare quello che ho fatto. Dopo un po’ le squadre si abituano a marcarti, quindi devi sempre imparare qualcosa di nuovo per non essere prevedibile.

M.B.: Hai un carattere notoriamente introverso, che col tempo sembra decisamente migliorato…

A.B.: Uno non nasce imparato, nel senso che quando avevo 21-22 anni ero molto più chiuso: volevo solo giocare a basket, e di parlare coi giornalisti non mi importava granché. Penso sia normale per un ragazzo non avere voglia di comportarsi già da grande, quando ancora non lo è: ogni cosa a suo tempo. Poi col tempo si cresce. Nel mio caso si impara a parlare con la stampa, e ci si confronta meglio con quelle realtà che sono parte della vita di un giocatore professionista. 

M.B.: Che gusti in quanto a cinema, musica, libri e tv?

A.B.: Del cinema italiano mi piace molto Carlo Verdone, mentre in America il mio attore preferito è Gerald Butler, e guardo praticamente solo i suoi film (attore in film come ‘Il fantasma dell’Opera’, ‘P.S. I love you’, ‘Beowulf & Grendel’, ndr ). Musica: mi piace un po’ di tutto, dagli italiani Vasco Rossi e Ligabue, fino all’hip hop, che qui va molto.

M.B.: Che rapporto hai con la tecnologia?

A.B.: Direi ottimo. Uso sempre il computer quando andiamo in trasferta, mi diverte. Ho anche il sito su cui mi capita di rispondere ai fan, e ho la mia pagina su Facebook. Facendo così tante trasferte il pc è fondamentale: è il mezzo con cui tenermi ancorato all’Italia. 

M.B.: Cosa avresti fatto se non ce l'avessi fatta con la pallacanestro?

A.B.: Non ho mai avuto grandi idee, se non quella di giocare a basket. Ma forse una cosa c’era: da bambino ero attratto dal mestiere di benzinaio, perché ero convinto che si prendesse tutti i soldi dei clienti!

M.B.: Guardando indietro, magari a quando a sei anni hai iniziato a prendere in mano il primo pallone a spicchi, cosa provi oggi che sei ammirato dal mondo e, soprattutto dall’Italia che ti guarda da lontano?

A.B.: Essere qui per me è un sogno, ed è una cosa che non ho mai nemmeno immaginato. Sarei stato già contento di giocare in un grande club italiano o europeo: la mia aspirazione più grande quand’ero piccolo era di giocare in una squadra forte come la Kinder o la Benetton. Anzi, per me avere giocato nella Benetton era già un sogno. Solo nell’ultimo anno a Treviso ho cominciato a pensare che forse l’NBA era un qualcosa di raggiungibile, e ora…sono qui.

M.B.: Questione di fortuna?

A.B.: No, mi sono fatto un culo pazzesco per arrivarci! (risate, ndr))

M.B.: Come ti vedi da qui a 10 anni?

A.B.: Sicuramente non qui. Forse mi vedo a Roma, dove in A1 non sono mai stato. Se fisicamente non sarò finito, a 34 anni mi piacerebbe tornare a casa e giocare lì.

 

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Commenti: (3)

A ceffoni

Inviato da Tommy il 01:18
Ma Bargnani non poteva prendere a ceffoni il biondo che ha stoppato la palla?La prossima volta che succede,perchè tanto si sa che succederà ancora,per favore chiunque si trovi a tiro di sberla provveda immediatamente.

Quello lì,proprio lui

Inviato da mottavisconti5 il 16:38
Ma cosa ci faceva a bordo campo? A tutta prima sembrava addirittura sedere in panchina, ma siamo completamente impazziti? Ma non lo sanno alla Nba che quello è un pericolo pubblico? Chiedere a Patrizia.

I pensieri del Mago

Inviato da glezos il 06:35
Chissà cos'ha pensato Bargnani quando ha visto quella scena patetica. Forse ha sentito dentro di sè che è proprio vero: a volte essere un italiano all'estero -soprattutto davanti a certi spettacoli- fa sentire davvero soli.