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Dovevo fare l’ ambulante

24/02/2010       Autore Glezos       rubriche/divi-vegeti     Voti (23):

Nicola Berti parla con noi, in persona e in video. Scenario: San Siro vuoto in una mattina di splendido sole.


Dovevo fare l’ ambulante


Anche il gatto di casa sa chi è Nicola Berti. Gli almanacchi sono pieni di informazioni e statistiche su di lui, che ora occhieggia in TV come opinionista. Abbiamo incontrato Nicola nella sua veste più rilassata e informale, e lo ringraziamo per la mattinata trascorsa insieme nella surreale scenografia di un San Siro deserto. Ecco la trascrizione integrale. Lo ringraziamo di cuore.

Settimana Sportiva: Incominciamo da quello che fai adesso. Com’ è la vita dell’ opinionista televisivo?

Nicola Berti: Ti dirò: pensavo peggio. Nel senso che quando vai a programmi come Controcampo, beh, lì è davvero dura: tutti milanisti e juventini. Anche se con un personaggio come Mughini non puoi litigare seriamente: è un uomo talmente colto e affabile che gli perdoni anche le scivolate. Detto per ridere, s’ intende. Per il resto faccio le satellitari, e devo dire che mi trovo molto bene. Fare l’ opinionista non è una mia vocazione, ma devo dire che mi ci diverto. Non mi posso lamentare.

SS: Com’ è stato smettere di giocare?

NB: Dura. Anche se ti ripeti che tutte le cose finiscono, è stato un passo difficile. Preferivo giocare, ovvio. Anche se lo sai che il tempo non lo puoi fermare.

SS: Sulla carta, l’ Inghilterra era il paese ideale per il Berti giocatore, anche al di fuori del campo. Come ti ci sei trovato?

NB: A Londra sono stato benissimo, in campo e fuori. Al Tottenham c’ era davvero un gran bell’ ambiente, grandi tifosi, pazienti forse più degli interisti negli anni di magra, il che non è dire poco. Un bellissimo ricordo, davvero. Poi sono iniziati i problemi con l’ allenatore, ci fu un cambio in corsa e non mi facevano giocare, ma quando oggi ripenso ai miei giorni a Londra ho sempre addosso una bella sensazione.

SS: Stiamo parlando in un San Siro deserto. Cosa ti viene in mente, se ti guardi attorno?

NB: Un sacco di cose, tutte belle. Alla fine diventa un luogo comune, ma quando vedi queste tribune così ripide che sembra ti caschino sulla schiena da un momento all’ altro, il pubblico che ti alita addosso quasi come gli avversari in campo, beh…Ho giocato in tutti i più grandi stadi del mondo, ma nessuno tra loro mi ha dato i brividi che mi dava e che mi dà ancora San Siro. Nemmeno il Santiago Bernabeu. Secondo me non c’è proprio paragone.

SS: Che ricordi hai della prima convocazione in squadra della tua carriera?

NB: Ah, un ricordo stupendo. Ero al Parma, la squadra per cui tifavo, e avevo diciassette anni. Un giorno arrivo a casa e mia madre mi dice: “Guarda che ha chiamato la società, vogliono che ti aggreghi domenica alla prima squadra, vogliono che parti con loro”. Lì per lì non ci potevo credere: giocavo nella primavera, e nessuno mi aveva mai nemmeno ventilato un’ eventualità del genere. Ricordo che mi sono scaraventato fuori casa correndo, non capivo più niente, ero fuori di me dalla gioia. Sono salito in bicicletta e ho cominciato a scampanellare e a girare come un pazzo senza sapere dove, gridando: “Vado in prima squadra! In prima squadra!!!”. Dovevi vedere come mi guardavano. Mi ricordo che era una partita in trasferta con la Triestina. Ero fuori di testa dall’ emozione.

SS: Cosa avresti fatto nella vita, senza il pallone?

NB: I miei genitori avevano già deciso per me: avrei fatto i mercati, su e giù da Salsomaggiore. Poi quando la faccenda del pallone iniziò a ingranare fu proprio mio padre a occuparsi della mia carriera. Quelli non erano ancora tempi di procuratori. E anche se dico sempre ai ragazzi che incontro di non mollare tutto per il calcio e di continuare a studiare, in realtà sono ben contento di avere preferito il pallone. Ma se avete quindici anni, non seguite il mio esempio.

SS: L’ approdo in serie A ti ha creato problemi?

NB: No, per niente, anzi. Quando nel 1985 sono andato alla Fiorentina mi aspettavo un po’ il contraccolpo del passaggio al calcio vero, quello che come tutti i bambini sognavo col pallone in cortile. Invece, niente: a Firenze c’ era un ambiente fantastico, lì crescevi bene come giocatore e come uomo, e in più ero a contatto con grandi giocatori, Roberto Baggio su tutti, anche se quando arrivai io Roby era infortunato, e ci mise un po’ a riprendersi. Poi l’ arrivo all’ Inter, e lì accadde una cosa davvero strana: non ci fu nessun problema d’ inserimento, nessun contrappeso, nessun dazio da pagare per uno giovane come me. Me ne stupivo anch’ io. Il primo anno fu da delirio, e non solo perché quella era l’ Inter dei record: fin dai primi giorni mi sono subito sentito a casa mia, senza pensieri, senza blocchi di nessun tipo. Fu facilissimo. Fin troppo.

SS: C’è un episodio di quel periodo che ti è rimasto particolarmente impresso?

NB: Tutti mi parlano sempre del famoso gol a Monaco: sì, bello, bellissimo, ma non è stata solo quella la cosa che mi è rimasta dentro. Può sembrare assurdo, ma mi torna molto spesso in mente la partita di ritorno a San Siro, che avevamo perso e che ci aveva clamorosamente eliminati dalla Coppa Uefa. Ricordo che eravamo arrivati nello spogliatoio esausti, completamente distrutti dalla fatica: avevamo dato tutto in campo. Ecco, pensavo mentre guardavo i miei compagni, perdere non fa male se hai speso tutto. E lì la sconfitta era davvero pesante e imprevista. Ma arrivavi ad accettarla serenamente, e questo mi sembrava in un certo senso il vero spirito del calcio, dove va bene anche perdere se sei cosciente di avere bruciato l’ ultima briciola di energia. Quella sera io mi sono sentito sereno, nonostante la sconfitta.

SS: Alcune domande che tutti ti faranno: il giocatore più forte che hai affrontato, il momento più bello della tua carriera, quello più brutto…

NB: Il giocatore più forte che mi ha giocato contro è stato ovviamente Maradona, e qui scopro l’ acqua calda. Poi Platini. Dopo mi è piaciuto molto Zidane. Come difensore sceglierei Ciro Ferrara, ma lo faccio per fare contenti i tifosi della Juve. Il momento più brutto è stato l’ infortunio, che fu davvero pesantissimo, a tutti i livelli. Quello più bello è un’ altra sconfitta, e cioè la finale di USA ’94. Lo so, fu una partita bruttissima, ma era pur sempre la finale di un mondiale, e giocarla non è decisamente cosa di tutti i giorni. Soprattutto se la perdi ai rigori.

SS: Hai giocato a Parma, Firenze, a Londra negli Spurs, all’ Alavés in Spagna fino ad arrivare in Australia. Perchè ti è rimasta nel cuore proprio l’ Inter?

NB: Perché l’ Inter è…..l’ Inter. Non riesco a dirlo in un altro modo. E’ una cosa che ti prende allo stomaco: San Siro, la storia, il pubblico. Soprattutto i tifosi: il legame che ho sempre avuto con loro è una cosa molto difficile da rendere a parole. Un attaccamento come il loro non lo si può lasciare negli spogliatoi. E devi pensare che noi solo un paio di stagioni dopo lo scudetto dei record sapevamo di avere una squadra così così, decisamente non al livello delle più forti. L’ ho sempre vissuto come un debito nei confronti dei tifosi.

SS: Molti tra loro custodiscono gelosamente il ricordo di quel tuo terzo gol al Milan. Prima che tu calciassi in porta, in quell’ occasione si levò dagli spalti una delle invocazioni più pittoresche di sempre: “Nicola, non segnare, colpiscilo in pieno in faccia!”

NB: Beh, ci ero quasi riuscito! Per poco non lo prendevo in piena faccia sul serio, ma poi la palla è finita dentro. In settimana c’ era stata una polemica con Sebastiano Rossi, che tra le altre cose non era mica un tipo molto simpatico.

SS: Tra quelli che giocano oggi, c’ è un nuovo Berti?

NB: No. Non mi sembra proprio.

SS: Hamsik?

NB: Bravo, non ci avevo pensato. Sì, forse lui è l’ unico che mi somiglia un po’.

SS: Conclusione. “Berti sarebbe stato un fenomeno molto più a lungo, se avesse avuto un’ altra testa”. Cosa rispondi ?

NB: Rispondo che non era assolutamente una questione di testa, ma di condotta di vita, e qui vado giù piatto: se avessi fatto un’ altra vita, diciamo più regolata, più da atleta, forse –ma sottolineo forse- sarei durato più a lungo. Ma a ripensarci, non mi sembra di essere stato una meteora. Dài, che va bene così.


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