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Hockey e marmellata

01/02/2010       Autore Archivio       rubriche/divi-vegeti     Voti (253):

Ico Migliore a ruota libera: la fame di ghiaccio, i giovani leoni, gli obiettivi nel mirino e una fetta di pane. Un tè caldo a bordo pista col presidente dell’Hockey Milano Rossoblu.


Hockey e marmellata

Non è certamente un’esagerazione definire Ico Migliore come un’icona dell’hockey italiano. Il palmarès parla da solo: dal 1978 al 1990 due scudetti da giocatore (entrambi a Bolzano) e anni di battaglie a Mondiali, Olimpiadi e nel Saima Milano. Poi 5 scudetti, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe Italiane come dirigente dei Vipers tra il 2001 e il 2006, fino all’attuale ruolo di presidente dell’Hockey Milano Rossoblu.

 

I fermenti della (ennesima) rinascita dell’hockey milanese passano dal suo accogliente studio, nel quale ci ha accolto in una mattina -non a caso- fredda come il ghiaccio.

 

Glezos: Dai tempi del Saima agli scudetti dei Vipers, la grande tradizione dell’hockey a Milano dovrebbe farne il secondo sport della città. E’ un problema di visibilità?

 

Ico Migliore: No, non credo. C’è un appiattimento generale, dovuto anche al fatto che purtroppo la gente esce di casa molto meno, per non dire che non esce più. Una volta andavi a vedere l’hockey al Piranesi anche perché avevi tre canali TV, mentre oggi hai tutto nel telecomando, dalla Liga in giù, cosa che da un lato può essere positiva per chi non può muoversi, ma che dall’altro ammazza tutto il resto. Quindi, questo è il vero problema: smuovere e fare uscire. Dall’altra parte c’è il rischio di commettere un errore, e cioè di proporre al pubblico sempre la stessa cosa. E’ per questo che stiamo cercando di offrire un prodotto che non si fermi solo all’hockey, ovvero a un altro bello sport milanese, ma che proponga qualcosa di un po’ diverso. Questo attraverso alcuni fattori, a partire dalla squadra e da un concetto quasi di bio-sport: per noi l’unico modo per sopravvivere è sviluppare la radicalizzazione dello sport nella nostra città. Non potendo fare come nel calcio, andando a comprare campioni a destra e a manca -come abbiamo fatto in passato-, dobbiamo lavorare nel nostro orticello e fare crescere i nostri ragazzi. Poi potrai mettere la ciliegina sulla torta, comprando il tale che arriva da fuori o dall’estero, ma di base dobbiamo lavorare sulle giovanili, sulle scuole e sui nostri giocatori. L’altro aspetto è offrire un prodotto differente, dove puoi scoprire che lo Stadio del Ghiaccio è un posto accogliente dove puoi stare bene e incontrare persone interessanti, e dove i genitori possono portare i loro bambini a vedere uno sport anche duro, aggressivo e molto fisico sul ghiaccio, mentre al di fuori della pista non succede nulla di violento. In questo senso abbiamo un accordo molto chiaro con i nostri tifosi più caldi: stiamo cercando di darvi un qualcosa di divertente e appassionante da seguire. Venite con i tamburi, gridate, cantate, fate quello che volete. Ma io non sono un multimiliardario: se arrivano sanzioni o squalifiche, qui chiudiamo baracca e burattini. In più, stiamo cercando di offrire una serie di servizi per il pubblico come le zone riscaldate e una serie di eventi legati alla visibilità dell’hockey.

 

G: Lo scopo è raggiungere una visibilità analoga a quella che sta avendo il rugby?

 

IM: No, perché se penso a quanta gente ha attratto un evento rugbistico come quello recente a San Siro, non posso non recepirlo un po’ come una bufala. Se qualcuno avesse annunciato al microfono: “Diamo 1000 euro a chi dirà i nomi delle prime 5 squadre in classifica nel campionato italiano di rugby” probabilmente su San Siro sarebbe calato un silenzio di tomba. Da noi, il rugby ha investito molto bene sull’immagine della nazionale: è una bufala perché hanno puntato su una situazione finta, dato che il 99% dei giocatori azzurri gioca all’estero, che è l’esatto contrario di quello che stiamo cercando di fare noi. Poi c’è l’immagine positiva di cose come il terzo tempo, e la possibilità di riempire San Siro di gente che non segue normalmente il rugby attraverso un battage pubblicitario enorme. Noi non possiamo fare queste cose: vogliamo proiettare un’immagine positiva di Milano attraverso una squadra giovane, formata in larga parte da studenti con un’etica comportamentale di base, affiancando a tutto questo il lavoro nelle scuole. E’ chiaro che è una dimensione che ti devi un po’ costruire, ma a me non piace lamentarmi, anzi, è una cosa che mi dà fastidio. Però a volte mi incavolo, soprattutto quando continuo a vedere come i giornali siano di così basso profilo da non riuscire a trovare il modo di parlare di sport sotto un aspetto culturale. Continuando così non sarà solo lo sport a morire: spariranno anche la poesia, la letteratura, il teatro e tante altre cose.

 

G: In un tuo recente intervento a un convegno all’Università degli Studi, hai dichiarato che a Milano c’è “richiesta di ghiaccio”, ma che ci vorrebbe un sistema di impianti con maggiore condivisione. Cosa intendevi dire?

 

IM: Volevo dire innanzitutto che a Milano siamo indietro, sul ghiaccio come purtroppo su tantissime altre cose. Basti pensare che dal 1923 avevamo il primo palazzo del ghiaccio al coperto in Europa (quello in via Piranesi), dalla chiusura del quale è stato fatto pochissimo. Secondo noi andrebbero pensati degli impianti di base molto più polverizzati nella città per venire incontro ai ragazzi -come è stato fatto per altre discipline sportive-, facendoli diventare dei luoghi di quartiere in cui ci si possa ritrovare, perché oggi questa abitudine si è persa. Perchè il ghiaccio offre una possibilità di incontro, oltre alla pratica sportiva: basterebbe pensarci, e oltretutto sarebbe meno costoso creare 4-5 palazzi del ghiaccio nella provincia di Milano piuttosto che pensare a una singola megastruttura che non interesserebbe a nessuno, e che in più si rivelerebbe ingestibile. 

 

G: Hai anche sottolineato in un’intervista sul sito della LIHG (Lega Italiana Hockey Ghiaccio) come più del 50% degli impianti in Italia si trovi in Trentino…

 

 IM: … e 11 di numero in Lombardia, dei quali ne sono attivi forse solo 9. E’ ridicolo che in Italia ci sia un totale di 65 impianti, pozzanghere ghiacciate incluse. La metà è in Trentino Alto Adige, mentre l’altra è parcellizzata: in Lombardia ce ne sono solo 11, mentre in tutto il resto d’Italia ne conti 9 in totale. Questo contro i 160 impianti della Francia, per non parlare della Svizzera. Ora, io posso anche capire che gli sport su ghiaccio non siano trattati, ma è anche vero che se tu non hai la possibilità di accostarti direttamente a queste discipline, il risultato è la perdita di tutta una serie di culture sportive.

 

G: Il ritornello è sempre quello: “D’altronde il vostro è uno sport minore”.

 

IM: Mi incavolo molto quando lo sento dire. E' come se io dicessi a tutte le persone che incontro: “Lei è una persona minore”. Chi conta quindi, solo i VIP? Gli altri allora sono dei poveri sfigati? E chi sarebbero, questi VIP? Ogni persona ha una sua identità e magari delle grandi qualità, molto più specifiche nella nicchia del settore in cui lavora. E soprattutto in un periodo di crisi, credo che una delle oppurtunità sia quella di evidenziare le qualità delle persone e dei singoli prodotti, invece di volere essere onnivori. Credo anche che la gente oggi voglia capire un po’ meglio cosa c’è dietro a un prodotto, coglierne l’anima, perché prima di spenderci dei soldi vuole crederci un po’ di più. Con la massificazione spinta degli ultimi anni, si è creduto solo ad alcuni valori e solo a quelli, prima di tutto al denaro. E pur rispettando il denaro, quello che mi fa un po’ schifo è la tendenza a guardare con arroganza e poco rispetto tutto quello che ci circonda. Devo dire che Milano è diventata un po’ così ed è un peccato, perché questa città ha coltivato settori come moda, design, arte e lo stesso sport per intere decadi. Ma adesso sembra che si sia fermato tutto.

 

G: Come vedi l’attuale momento dell’hockey italiano?

 

IM: Mi aggancio a quello che dicevo prima sulla nazionale di rugby: un ipotetico Sei Nazioni di hockey con la nostra partecipazione non avrebbe senso. Quando ero nella Commissione Tecnica Federale, qualcuno si lamentava: “Siamo scesi dal gruppo A al gruppo B”. Io ho sempre pensato che fosse un bene, nel senso che dovremmo valutare bene chi siamo. C’è un altro fattore determinante: fino a qualche anno fa l’hockey italiano proponeva una Serie A interessante, e una B nella quale fino a 5-6 anni fa giocavo ancora io insieme ad altri babbioni, con un divario enorme tra le due. Oggi devi lavorare sulle leghe che stanno sotto. Se lo fai, il livello sale: non puoi lavorare solo su un’ élite professionistica. La verità è che noi eravamo e siamo una realtà da gruppo B: questo significa investire su un gruppo di giocatori che non sono necessariamente di basso livello. Contano solo i Mondiali e le Olimpiadi? Vorrà dire che l’Italia non giocherà più, visto che non si è qualificata per Vancouver 2010. Questo per dire che dobbiamo essere coscienti della nostra dimensione, e pianificare un progetto diverso. Mi si dirà che come dirigente ho raggiunto la pace dei sensi, e può anche darsi: ho vinto 5 scudetti, ho giocato 7 finali e ho partecipato a Mondiali e Olimpiadi. Ma ti dico una cosa che mi farebbe uccidere dai nostri tifosi: io preferirei perdere una finale scudetto col Bolzano con lo stadio pieno e una squadra di ragazzi, piuttosto che vincerla con tutti oriundi.

 

G: C’è anche il fattore dell’altissimo costo dell’hockey rispetto agli altri sport.

 

IM: L’hockey costa caro: come minimo il doppio del rugby, che puoi sempre giocare su un prato. Noi investiamo tantissimo sui giovanissimi: abbiamo 120 bambini nelle varie squadre, e quest’anno ne abbiamo portati a pattinare 600 del San Carlo. I genitori di ogni bambino in squadra pagano 500 euro l’anno, mentre a noi metterlo sul ghiaccio ne costa 2000, tra attrezzatura, allenamenti, ghiaccio, trasferte eccetera. Moltiplica per 120, e la cifra annuale solo per quanto riguarda il settore giovanile è di 240.000. Se pensi che il costo per fare tirare di scherma mia figlia si aggira sui 1.000 euro l’anno (con le spese però pagate dalla famiglia) il paragone è presto fatto. Sono proprio i costi a minacciare l’esistenza dell’hockey: quando uno si accorge che le spese per il settore giovanile sono quasi le stesse di quelle per la prima squadra, ingaggia gli oriundi e non investe più sui giovani. A Milano abbiamo la fortuna di avere creato in questi ultimi dieci anni una struttura fantastica, di livello quasi svizzero, della quale siamo molto contenti: in questa visione stiamo facendo anche dei corsi per allenatori organizzati da Adolf Insam, per coltivare e fare crescere i coach delle squadre giovanili. Abbiamo una prima squadra giovane della quale sono soddisfatto, con molti giocatori di altre squadre che chiedono di venire a giocare da noi. Sono segnali importanti.

 

G: A proposito di prima squadra, che aspettative hai per questa stagione?

 

IM: L’anno scorso eravamo partiti con l’incognita del primo anno in A2 di una squadra di ragazzi: siamo arrivati alla sesta partita nei playoff col Vipiteno, che poi ha vinto la stagione a mani basse. Per cui siamo andati oltre le previsioni. Quest’anno l’obiettivo è un posto nella parte centrale-alta della classifica. La stagione era iniziata bene, poi c’è stata una flessione, ma il cammino è ancora lungo e ci sono i presupposti per risalire, in un campionato di A2 che quest’anno si sta rivelando di alto livello.

 

G: Hai un sogno per l’Hockey Milano Rossoblu?

 

IM: Sì: vincere un campionato di A2 con lo Stadio del Ghiaccio pieno, e riuscire ad iscrivere la squadra l’anno dopo in A1 con lo stesso nucleo di giocatori e una struttura che funzioni. Bisogna avere pazienza, ma è un traguardo possibile. Perchè sono convinto che nella vita è meglio fare sogni realizzabili.

 

G: Perché ci si dovrebbe dare all’hockey, come recita lo slogan della vostra campagna promozionale?

 

 

IM: Perché è uno sport che riserva un sacco di sorprese: succedono più cose in una partita di hockey che in un intero campionato di calcio. Nell’hockey non c’è niente di sicuro in ogni momento, come nella vita. I giocatori hanno un’etica di base che li porta a giocare duro e ad arrivare allo scontro fisico, ma senza usare l’arma che hanno in mano -il bastone- e senza mai restare per terra. Tutti devono aiutare, e la stella che non lavora non è prevista. Come diceva Calvino, la marmellata –intesa come talento- ha bisogno del pane: può essere la migliore, ma deve essere spalmata su un qualcosa. E la fetta di pane l’hockey ce l’ha sempre.

 

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